Impariamo ad ascoltarli

Solitudine. Buio. Ansia. Insonnia. Senza farmaci, in condizioni naturali, le ore della notte possono diventare un inferno per chi soffre di quello che si chiama il “male oscuro”. Troppo spesso ne sento parlare come della malattia di chi è stato viziato e non conosce i veri dolori della vita, di chi “ha avuto tutto”; troppo spesso lo si sente trattare con risolini superficiali, con battutine da bar; il depresso non è il matto, è una persona come noi e ce ne sono in mezzo a noi più di quante immaginiate. La chiamano infatti “depressione”. E quando si parla di una persona che viene definita nei discorsi superficiali come “depressa”, pare un modo per liberarsi di un peso, una difesa per esorcizzare un problema che tutti sappiamo essere vero, ma di cui preferiamo parlare con quelle battutine e quei risolini. La conseguenza di tutto questo è che la persona che si trova sola e che soffre, soprattutto in casa e soprattutto nelle ore notturne, le più lunghe e le più brutte, si trova senza le uniche armi in cui confidava, sapendo che i farmaci sono solo palliativi e lenitivi, ma non guariscono. Tutti sappiamo che è una vera malattia, che non dipende dal benessere o da un’educazione; può nascere per un cambiamento di vita improvviso, per una malattia, un incidente, un lutto, una separazione; colpisce il ricco come il povero senza distinzione, come tutte le malattie. E con l’educazione e lo stato sociale non ha nulla a che vedere. Ha a che vedere, eccome invece, con l’ambiente circostante, con il lavoro, le relazioni e soprattutto il carattere del singolo individuo.

Facciamo un esempio di quelli che possono essere ben comprensibili perché tra i più diffusi: una separazione. Chi di noi non conosce persone separate o divorziate? Quando ero piccolo, a scuola i bambini figli di famiglie con divorzi o separazioni, nel 90% dei casi appartenenti ad una fascia sociale alta, venivano segnati a dito, non dico come lebbrosi, ma quasi, e, nella migliore delle ipotesi, trattati con un “poverino, vive senza più il babbo”, come se il babbo fosse morto. Ne ricordo alcuni di casi come questo.

Ad una separazione si reagisce secondo il carattere.

Chi prima aveva tanti amici, una fitta rete di conoscenze, il tutto favorito da un carattere estroverso, gioviale, aperto, tendenzialmente portato ad affrontare in modo positivo le situazioni della vita, solitamente reagisce bene, tanto da rifarsi una vita in tempi piuttosto veloci e da superare il breve momento di disagio iniziale. Queste persone hanno spesso il vantaggio di essere loro stesse polo di attrazione, di essere abituate a conoscenze sempre nuove; e questo le facilita nel momento in cui devono affrontare una situazione nuova come può essere appunto una separazione.

Chi invece non aveva amici, o, se ne aveva, come spesso succede, erano persone legate più al coniuge o anche ai figli, non disponendo nemmeno di una fitta rete di conoscenze, perché dotato di carattere più introverso e timido, si trova invece in seria difficoltà ad affrontare una situazione come una separazione. E qui interviene anche una differenza tra l’uomo e la donna, perché le donne riescono più facilmente a trovare, anche nelle difficoltà caratteriali, qualcuno disposto a dare loro una mano; penso di poter dire che usualmente la donna in difficoltà susciti negli altri più desiderio di essere aiutata. L’uomo invece, il più delle volte, non ha questa via d’uscita. Tanti uomini non dotati di carattere estroverso, con difficoltà a relazionarsi in modo dinsivolto tra gli altri, entrano in crisi, perché si sentono veramente soli e abbandonati da tutti. Quei pochi rapporti, di origine riflessa, che avevano avuto prima, s’interrompono improvvisamente.

Ho fatto un esempio. Avrei potuto parlare di un lutto, di un incidente che determina una nuova vita da ricominciare. Insomma, qualunque possa essere la ragione del cambiamento improvviso delle condizioni di vita, sono il carattere persone e l’ambiente circostante, non lo stato sociale o l’educazione avuta, a determinare la reazione.

Quando sento parlare di persone “depresse”, avverto un senso di ribrezzo per la superficialità con cui i casi vengono trattati, come se facesse prurito parlarne. La cosa peggiore è che, se si tratta di persone che prima erano al centro dell’attenzione, che avevano tanti amici, che amavano stare in mezzo agli altri e ci si sentivano bene, allora si assumono atteggiamenti di comprensione; se invece si tratta di persone più appartate e riservate, la discussione finisce lì e si cambia argomento. Quando pertanto si dice che il “depresso” deve cavarsela con le sue forze e non contare sugli altri, in gran parte si sbaglia, perché in realtà solo nel secondo caso questo è vero.

La persona sola si riconosce per strada. Raramente la vedete sorridere. Raramente la vedete in giro. Se frequenta un ambiente di lavoro, farà tante assenze per malattia; se è costretta per lavoro a stare in mezzo agli altri, la riconoscete perché lo fa con senso di evidente disagio. La persona sola che è costretta a stare con gli altri, perché le circostanze glielo impongono, per esempio ragioni di lavoro, o se ne sta in un angolo guardando l’orologio, oppure, se chiamata in causa per una qualsivoglia ragione, esprime il suo disagio manifestando aggressività nei gesti e nelle parole.

La cosa di cui non ci rendiamo conto e che, se stiamo attenti e cerchiamo di osservare bene le persone, di casi come quelli ce ne sono tantissimi, tutti più o meno a rischio. Se di loro non si sa più nulla, il loro caso finisce lì, proprio così come loro sono sempre vissute: nell’ombra, nel silenzio, nel generale menefreghismo della comunità a cui erano appartenute prima. Ci siamo mai chiesti come mai solo in Italia ci sono ben 48.000 persone di cui non si sa più nulla, scomparse, sparite, vanificatesi nel nulla? Che fine hanno fatto? Quanti corpi vengono trovati senza mai riuscire a capire di chi fossero stati?

Non siamo insensibili al male oscuro. Non ridiamoci sopra. Il male oscuro uccide più di tanti altri. E il disinteresse di chi ci ride sopra o lo minimizza per stornarlo da se stesso lo aggrava ancora di più. Soprattutto non pensiamo che siano errori dell’educazione o la condizione sociale a causarlo: dipende solo dalla persona, dal suo carattere, dalla sua minore facilità a relazionarsi con gli altri. Questo richiede da parte di tutti una grande capacità di ascolto. Se durante una riunione di lavoro vedete uno che prima se ne stava zitto in un angolo e poi improvvisamente sbotta in modo aggressivo, cercate di capire perché lo ha fatto, domandatevi se quella persona negli altri momenti ha comportamenti cosiddetti “normali”, se tende a incupirsi, a chiudersi in se stessa, se parla volentieri di sé, o addirittura se parla. Le persone, per essere capite e aiutate, hanno una sola necessità: quella di essere ascoltate.

La loro sofferenza si aggrava quando sono in casa propria, sole con se stesse. Ma è nelle ore della notte che il peso dell’ansia diventa per loro insopportabile. Cercano allora sollievo nei farmaci e la loro sofferenza diventa una specie di dipendenza da sofferenza. Alcune finiscono per amarla e autocompiacersi in questa sofferenza, diventando oggetto di ulteriori risolini e chiacchiere, ma sono un’esigua minoranza; ho il fondato sospetto che la maggior parte di loro finisca invece in quelle 48.000 di cui nessuno mai parla. 48.000! Sono tante, ma tante davvero …

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